The Web Poetry Corner
DreamMachineThe Web Poetry Corner is a Dream Machine Site
The Dream Machine --- The Imagination of the World Wide Web
Google

The Web Poetry Corner

Mario Guidolin

of

Noale, Italy

Home Authors Alphabetically Authors Date Submitted Authors Country Submission Rules Feedback



If you have comments or suggestions for Mario Guidolin, you can contact this author at:
willness@libero.it (Mario Guidolin)


Find a book store near you, no matter where you are located in the U.S.A.!


Cerzan

...the best independent ISP in the Twin Cities

Gypsy's Photo Gallery


PRIME ALBE

by

Mario Guidolin

Hai mai visto tu
gli alberi piangere rugiada,
quando, fra luce e il blu,
gatti assonnati passeggian per strada.

Avvolto nel silenzio
e nella nebbia mattutina,
assaporo, barcollo per l’assenzio,
soffocato da una pioggia fina, fina.

Vortici di profumi urlanti
mi inebriano la mente stanca,
e i raggi primogeniti qui davanti
mi bruciano il sangue, nulla mi manca.

Suoni lontani, fin dall’orizzonte
si mescolano di luce cristallina,
confuso, steso all’ombra di un ponte,
il cuore mi accarezza una gelida sgualdrina.

E intanto ti guardo, pallida di luci,
il tuo respiro, le tue urla, i tuoi morsi,
nel paradiso e nell’ inferno mi conduci,
dove il piacere bevo dal tuo seno a sorsi.

E la luce esplode sfolgorando i miei sogni
e la notte impaurita ci sfugge dalle mani,
- Guarda, guarda, è lì, è l’alba che ogni
cosa illumina, anche i cieli più lontani -.


Sordi Pianti

by

Mario Guidolin

Il buio amaro risplende tra i vetri lucenti,
una musica cruda accompagna i ricordi,
e la paura, alle spalle, striscia come serpenti,
invano echeggiano i miei pianti sordi.

Orridi incubi plasmo nella fervida mente
mentre il sonno pretende di farmi dormire:
spettri deformi, feroci, tra squallida gente,
per quanto ancora starò qui a soffrire?

Ogni sera quando al focolar ritorno,
il mio cuore crepa affogato nel pianto,
e prima che il crepuscolo si faccia giorno,
ne rinasce uno nuovo ancor più vinto.

Oramai così sono, in balia delle cose,
straccio issato al vento, lacero e stanco,
appassito e scialbo come smorte rose,
piccolo pesce, nella corrente arranco.

Vorrei palpitasse in me solo il piacere vissuto
e scivolasse via sulla pelle l’attimo perduto
assieme alle lacrime di nero velate.

Ma questi pianti che nessuno osa ascoltare,
roventi grida nel ventre imprigionate,
curan l’animo ribelle; lasciatemi sfogare.

Fantasia della Sera

by

Mario Guidolin

I
E la luna scivola nel cielo stellato
come un pettine d’oro tra i tuoi capelli,
e risplende il mio volto cupo, scavato
da tanti rimorsi e mille rovelli.

Ma questa è una sera come tante.

E’ gelida la notte, l’anima trema,
il respiro mi agghiaccia il cuore,
la nebbia asfissiante pare una crema
che si spalma addosso senza odore.

Ma questa è una sera come tante.

Mi specchio nella mia ombra triste,
inerte e desolato sui tetti del mondo,
a venerare l’uomo e le sue conquiste,
e in me risuona un lamento profondo.

Ma questa è una sera come tante.

E così mentre rotolo tra ozi e profumi,
mi lascio trasportar da musiche stregate
le cui note fiammeggiano come piccoli lumi,
rivelandomi lande cineree e desolate.

II
Ed eccomi qui in un luogo senza nome,
tra sgualdrine, assassini e altri peccatori,
tutto è grigio, avvolto in un barlume,
ma non so come, non scorgo dolori.
Ma questa è una sera di follia.

Donne dannate, nude, strillanti di gioia,
melodie strambe di una banda incapace,
uomini ubriachi che rigettano noia
e vinti e svuotati riposano in pace.

Ma questa è una sera di follia.

Pazzi bavosi, ruzzolanti nel fango,
sangue gronda dagli occhi di un bambino
che s’ infrange a terra a ritmo di tango,
e la gente beona, mi invita a ber vino.

Ma questa è una sera di follia.

Forse ho capito dove son capitato,
"Paese dei balocchi" lo chiamerei,
e anche se ora pare tutto finito
io voglio restare, andar non vorrei.

III
Senza pensare io mi desidero buttare,
anch’io voglio ubriacarmi spensierato,
sozzarmi, libero nel fango rotolare.
Oh Dio, trattienimi qui a lungo imprigionato.

Ma questa è una sera ripugnante.

E come un bambino abbandonato al suo sentiero
conoscerò la luce e le tenebre più fitte,
barcollante, incoccerò contro un sole nero,
incosciente, proverò tante sanguinose sconfitte .

Ma questa è una sera ripugnante.
La morte deriderò, come tu facevi bene,
e sull’orlo di un abisso io me ne andrò
tremante, affamato, l’adrenalina nelle vene,
ma senza alcun sostegno, di certo cadrò.

Ma questa è una sera ripugnante.

Precipitando, la vita va finendo, precipitando,
ma non so nemmeno che forma abbia la morte,
e così il suolo funesto si sta avvicinando
e io rido, tanto non intendo la mia sorte.

IV
E quando sento, BUM, frantumarsi le ossa
e la terra trapassarmi il sangue focoso,
in un baleno mi desto sul fondo di una fossa
con la luna fissa, con sguardo tormentoso.

Ma questa è la sera e la sua fantasia.

Era dunque solo un sogno quest’avventura.
E ancora il medesimo cielo che mi avvolge
in un tepore immenso che scaccia la paura,
ma cos’è quel ghigno che il tedio sconvolge?

Ma questa è la sera e la sua fantasia.

Un vecchio barbuto vestito di bianco
completa imperterrito la mia tomba,
la melma mi copre, immobile, arranco
e il mio ruggito di morte su tutto rimbomba.

Ma questa è la sera e la sua fantasia.

- Le tue urla per me son soavi melodie -
Mi dice, - Bada bene, questo è l’inferno
ed ora sofferenze, tormenti e malattie
le patirai sulla tua giovane pelle in eterno -.

Ma questa è una sera come tante.
Ma questa è una sera di follia.
Ma questa è una sera ripugnante.
Ma questa è la sera e la sua fantasia.

Vino all'altare

by

Mario Guidolin

Bevo, e il vino mi avvinghia il sangue,
un eco, la mia anima disperata langue,
tutto rotola attorno ai miei occhi,
della mezzanotte toneggian i rintocchi.
Io non intendo più niente, questo cos’è?
E’ la realtà? No, uno splendido sogno ahimè.
Dove i fiumi non traboccano d’algida acqua,
ma d’ambrosia, che le nostre bocche risciacqua.
Ormai aride e spente dall’aria stagnante,
le nostre gole ardono di vino e di spumante,
che alimentano dentro il cuore palpitante,
in affannosa ricerca di stupori ogni istante.
Continuo ad ingoiare questo dono divino,
e potrei insistere eternamente, magari sino
a quando i miei sensi travolti dalla confusione
non distinguano più l’evanescenza dalla passione.
E vorrei che dal rubinetto il vino sgorgasse
a fiotti continui, caldo, e che mai finisse,
del suo violento tepore mi son innamorato,
anche se a volte, meschino, mi ha spaventato;
perché spesso, malinconico, troppo lo desidero
e mi ritrovo a gironzolar per le vie misero
e solo, bestemmiando alle povere stelle,
col vino che mi corrode tutto, fino alle budelle.
Oh nettare giuro che se mi dovessi sposare
fra le amanti più belle, te porterei all’altare,
perché è vero, anche tu come le donne tradisci,
mi disperi, mi usi, mi lasci e mi ferisci,
ma al contrario di loro, che pure tu temi,
piene d’amor spensierato e di futili patemi,
tu, Bacco, ti mesci tra le realtà più amare
e i rimorsi, e i timori ci fai dimenticare.

Ed ora che nel fegato ribolle fervido il vino
nuovi orizzonti, più intriganti esploro,
abbandonandomi su questo letto d’oro,
mi sveglierò, domani, col volto di bambino.