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Andrea Grassi

of

Biasca, Switzerland

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ESTINZIONE

by

Andrea Grassi

Solo, il cuore, e casto storme
bùlica squassa s’acqueta;
ermo tepido un sospiro di seta
sfrange le orecchie lacrimate e storne.

Solo, l’occhio, e lùbrico scorge
un nero suono di ombra lieta
in una sera che s’annera senza meta
spelonca spettro senza sorte. Sorge

e sorda pùtrefa tristezza assorta
come megera gravida contrita.
Nulla piange. Tutto ìmproba compiange.

Nefasta si crogiola intorta
di tutto un lutto di vita:
s’ange il vento, sento: piange


IN MEMORIAM PIER PAOLO PASOLINI - SALÒ O LE 120 GIORNATE DI SODOMA

by

Andrea Grassi

scatofagia
dell'esistenza umana in sublim'arte
ove dipinti tetre mura adombrano
d'urla e martìri abbacinanti e rubri
buio turpe sfacelo e laido esumano
di gente seviziata e mutilata
in un sordido pelago di morte
per un poker farnetico d'insania
orano pie lordure tre bagasce

una ferina disciplina invige
correi gli accordi del pianoforte
inumane coartate orge a effige
d'un immondo che poco più è morte
con ancestrale poesia un binomio
di genio l'atra impostura denuda
dall'esilio
celata che mai morrà nella reale
fantasia

nous sommes tous
au fond d'un enfer
dont chaque individu est un miracle

ANTINFERNO
Nascita

Trafitto
da immemore dilacerato pianto
che memoria non ebbe a rammendare,
ridestato d’incanto in una culla
da acri stridori di celli scordati,
una luce corrusca m’abbaglia
m’opprimono putri profumi,
la vita d’intorno gorgoglia:
pusillanime pullulio d'anime.
E tutto mi è nuovo e l'aria
le gote grava e il corpo
ravvolto in brincelli cilestrini.
Sto male! Mi sembra d’esser risorto
in un atavico algido mondo
ove ignavo nessuno s'avvede

del nulla.

1º GIRONE
Fase orale

Volteggiavano stelle e pianeti
iperbòlei ermi romiti.
Arrancavo le mani nell’aria
vessato convulso smarrito.
Piangevo. Apparve una ignota
figura e dolce e mia.
Mi nutriva e nel nulla svaniva.
Piangevo. E lei tornava pia.
Gioivo mai sazio e gemendo
l'attesa
succhiavo succhiavo succhiavo
le mani i piedi il ciucciotto.
Nativo corrivo lascivo
la vita carpivo.

2º GIRONE
Fase anale

Riverso al suolo
coi glutei al cielo
un atro lezzo e agro
le nari effluvia.
Adulator già mai fui stato
e pur solea patire in esta bolgia
acciò che tosto m’accorsi
d’aver amato esto laido sollazzo.
Sostenni poscia l'onta
di rimembrare siffatto trastullo
che pur ogn'uom far dee.
Alfin compresi il nesso
tra'l cerebro mio
e'l piacer perverso.

3ºGIRONE
Fase edipica (fallica)
1ª Bolgia: L’Androgino

Nel quint'anno di mia vita
m’avvidi d'una protuberanza.
Pavida s'ergeva nella mia vita.
Intesi che non
tutti godevano di quest’istanza
vedendo mamma fluttuare ignuda
in soave ilare danza.
E l’esanime vidi selva oscura.
«L’Androgino è dunque impostura?»
Fui colto d’angosciosa afra paura
di divenir com'ella
eunuco per tagliatura.

2ª Bolgia: Il magno Ale

E l'indomani m’avvidi a mio scorno
che carenti eran le dimensïoni
e aulica potenza instava dintorno.
Spesso la notte trovavo ricetto
nel mio ditale. Sopivo negletto.
Inane era il dissenso del magno Ale!
E la cagion era solo di pene
e del rivale dovetti patire
formidabili oniriche pene.
D'acre si tinse l'atavica tema,
atra squillò la raggianza suprema:
«Se il lùbrico incaglio sveller potessi!»

3ª Bolgia: Identificazione

A lungo lottai l’immane nemico
ma sconfitto mi ritrassi, e convenni
di farmelo amico.
La mia integrità fu salva e la mente
labile salda - in un padre fallica
mente invitto.
Il ritorno sfumò al paradiso
perduto nell'ultimo sublime incubo
d'amore idilliaco.
Alla fine di questo ardüo viaggio
l'inizio di ben altro saggio: il dolce
gentil sesso.

ESTINZIONE

by

Andrea Grassi

Solo, il cuore, e casto storme
bùlica squassa s’acqueta;
ermo tepido un sospiro di seta
sfrange le orecchie lacrimate e storne.

Solo, l’occhio, e lùbrico scorge
un nero suono di ombra lieta
in una sera che s’annera senza meta
spelonca spettro senza sorte. Sorge

e sorda pùtrefa tristezza assorta
come megera gravida contrita.
Nulla piange. Tutto ìmproba compiange.

Nefasta si crogiola intorta
di tutto un lutto di vita:
s’ange il vento, sento: piange

IN MEMORIAM PIER PAOLO PASOLINI - SALÒ O LE 120 GIORNATE DI SODOMA

by

Andrea Grassi

scatofagia
dell'esistenza umana in sublim'arte
ove dipinti tetre mura adombrano
d'urla e martìri abbacinanti e rubri
buio turpe sfacelo e laido esumano
di gente seviziata e mutilata
in un sordido pelago di morte
per un poker farnetico d'insania
orano pie lordure tre bagasce

una ferina disciplina invige
correi gli accordi del pianoforte
inumane coartate orge a effige
d'un immondo che poco più è morte
con ancestrale poesia un binomio
di genio l'atra impostura denuda
dall'esilio
celata che mai morrà nella reale
fantasia

nous sommes tous
au fond d'un enfer
dont chaque individu est un miracle

ANTINFERNO
Nascita

Trafitto
da immemore dilacerato pianto
che memoria non ebbe a rammendare,
ridestato d’incanto in una culla
da acri stridori di celli scordati,
una luce corrusca m’abbaglia
m’opprimono putri profumi,
la vita d’intorno gorgoglia:
pusillanime pullulio d'anime.
E tutto mi è nuovo e l'aria
le gote grava e il corpo
ravvolto in brincelli cilestrini.
Sto male! Mi sembra d’esser risorto
in un atavico algido mondo
ove ignavo nessuno s'avvede

del nulla.

1º GIRONE
Fase orale

Volteggiavano stelle e pianeti
iperbòlei ermi romiti.
Arrancavo le mani nell’aria
vessato convulso smarrito.
Piangevo. Apparve una ignota
figura e dolce e mia.
Mi nutriva e nel nulla svaniva.
Piangevo. E lei tornava pia.
Gioivo mai sazio e gemendo
l'attesa
succhiavo succhiavo succhiavo
le mani i piedi il ciucciotto.
Nativo corrivo lascivo
la vita carpivo.

2º GIRONE
Fase anale

Riverso al suolo
coi glutei al cielo
un atro lezzo e agro
le nari effluvia.
Adulator già mai fui stato
e pur solea patire in esta bolgia
acciò che tosto m’accorsi
d’aver amato esto laido sollazzo.
Sostenni poscia l'onta
di rimembrare siffatto trastullo
che pur ogn'uom far dee.
Alfin compresi il nesso
tra'l cerebro mio
e'l piacer perverso.

3ºGIRONE
Fase edipica (fallica)
1ª Bolgia: L’Androgino

Nel quint'anno di mia vita
m’avvidi d'una protuberanza.
Pavida s'ergeva nella mia vita.
Intesi che non
tutti godevano di quest’istanza
vedendo mamma fluttuare ignuda
in soave ilare danza.
E l’esanime vidi selva oscura.
«L’Androgino è dunque impostura?»
Fui colto d’angosciosa afra paura
di divenir com'ella
eunuco per tagliatura.

2ª Bolgia: Il magno Ale

E l'indomani m’avvidi a mio scorno
che carenti eran le dimensïoni
e aulica potenza instava dintorno.
Spesso la notte trovavo ricetto
nel mio ditale. Sopivo negletto.
Inane era il dissenso del magno Ale!
E la cagion era solo di pene
e del rivale dovetti patire
formidabili oniriche pene.
D'acre si tinse l'atavica tema,
atra squillò la raggianza suprema:
«Se il lùbrico incaglio sveller potessi!»

3ª Bolgia: Identificazione

A lungo lottai l’immane nemico
ma sconfitto mi ritrassi, e convenni
di farmelo amico.
La mia integrità fu salva e la mente
labile salda - in un padre fallica
mente invitto.
Il ritorno sfumò al paradiso
perduto nell'ultimo sublime incubo
d'amore idilliaco.
Alla fine di questo ardüo viaggio
l'inizio di ben altro saggio: il dolce
gentil sesso.

PENSIERI STRANGOLATI

by

Andrea Grassi

«Ogni essere è un inno distrutto.»
(Emil Cioran)

Sento nel vespro sospiri di vento
arcani nella mente
e nell'antro alvo cuore
singulto dolente
di vacuo seduttore
ritorto d’ineffabile tormento.

Sento l'afrore d’un albore spento
passire nell'agro stomaco; placo
fiaccato di sommesso scabro fiele
giù giù nell'otre putrido d'opaco
colore che ìlare tinge crudele
il sussurro d'un urlo vïolento.

Titubavo bambino la barchetta
gemente gioco gemito giocoso;
esito ora l’animo gelido
geloso di trapasso furïoso;
l’olezzo assale le narici fetido
di felice sorte: di morte infetta.

Lento il riverbero e nero e risento
irremeabili sospiri
infernali ridondanze
deliri accecanti respiri
d’abbiette memorie: sturbate erranze
aulenti in vespri di vento.

LA MORTE

by

Andrea Grassi

Infine la resa:
nella futile
misura
di ogni atto - impostura
senza offesa;
in un sospiro d’inibizione,
d'impura
contrizione,
di contratti contrasti in postura
senza difesa.

Il sublime inutile
sfiorisce striminzito
nell’apparenza utile
che diamo alla vita.

SOFIA

by

Andrea Grassi

Una lacrima assorta
una morte sospesa
e il volto di Sofia che sfuma e spare
in dossi dolenti di dolce tortura
nello smorto riflesso del tramonto;
un occhio veggente
una vita
che soffia tra stelle.

Nessun destino:
tutti al confino
derelitti stretti in rime assonnate
di lager resuscitati.
Sofia
la stella rinchiusa
gemente stilla spira rece rantoli
di tenero dolore

mai così vivo.
Il tramonto
la notte
il sogno
Sofia
sola via
per l’alba
primalba senza

respiro...
A CHI
quel fulgore che corrusco sbalugina
nella notte soffusa nubilosa
cupa di barlumi
di stelle tutte recluse nel buco
buio
dell’insipienza?

BARBAGLIO

by

Andrea Grassi

barbaglio peregrino
affogato
in ronchiose voragini di torpori
siderali

appare spare
come in una consunta tela
lisa di vita il tuo plumbeo viso
e redime grinzosi pentimenti

emozioni che suppurano
sfaceli di brago e di bragia
cocci di vizio
e l’acre risana il fetido asterge

labbra rïarse asperge - la tenebra
scabra albeggia sul viandante inane
pellegrino barbaglio
solo

IO CACCIO SUINI INFANGATI

by

Andrea Grassi

Io caccio suini infangati...
Tu
farfalla
di fulgenti ali turchine...

Tu

sei la preda! Io
tumulo da calpesto come il verme
rattrappisco e restïo resto
titubante inerme_

Eppure tu
sei la preda!

Io sogno sogni perduti - uno scroscio
mi desta - mentre tu sempre volteggi
e altera turbinosa pavoneggi
il tuo fasto di fiore in fiore
non importa il colore_

Eppure tu
sei la preda!

Io tumido paziente turpe aspetto:
un giorno tu
non accorta
cadrai morta
sul mio petto.

Ricorda angelica farfalla: tu
sei la preda
e io caccio suini infangati!

UN GRANELLO DI SABBIA

by

Andrea Grassi

Un granello di sabbia
poggia sul mio pudore
come il piccolo dolore
di un fringuello reietto
piombato nel belletto
morente sotto la pioggia.

TORPORE

by

Andrea Grassi

RACCONTO

I

Torpore d’una notte algore d'inebriante inverno tepore del corpo di Sabrina frenesie odore sudore turgore vita attimo nitido svaniscono i ricordi onirica la mente s’appanna nulla esiste te vita passato - morte - la luce lucente funesta dei suoi occhi si desta abbaglia e incanta l’anima dispersa in un mondo tutti padri di tutti i figli tutti figli di tutti i padri leggiadra visione platonica di società antiche attuali.
E poi in fondo dolore, solo dolore dopo ogni affondo e come sempre l’amarezza distrugge il piacere e l’alcol sognato ingerito ributtato dolce, e tutto si fa rosso, troppo vivo che è quasi nero, e allora la morte ti sfiora, ti bacia, fievole, sospira un dolce ciao, poi languida invisibile se ne va, ma sai che un giorno non lontano tornerà e allora vorrà di più.
Infine l’affanno, il vuoto, solo vuoto, dentro fuori, ovunque e vuoi pensare, ma non puoi; ogni cosa si contorce e attendi inerme e lo stomaco stomaca e la gola s'acida di vendetta, veleno del tuo stesso dentro. Lei Sabrina presenza muta arcigna indignata ribrezzo ripugno si svincola si alza schifo le narici stremate odore rancido i primi conati.
Sabrina, conosciuta la mattina di due settimane fa in ignoto luogo e familiare. A mio agio come sempre. Aria stantìa. Puzzo di piscio. Una lunga cicatrice sfigura il volto del barista strabordante con la maglietta del Che - il solito comunista esaltato. Mi siedo. Riposano le gambe deambulate fra vie e vie in un itinerario vano... il gelo nelle ossa e nell'anima - una birra grazie.
Non mi piace parlare con la gente, non mi piace la gente - pochi - noia, è una storia già raccontata.
Il barista spina lentamente il liquido giallo spumoso - ecco, Tuborg la migliore! - una birra vale l’altra. Il barista se ne va incazzato in fondo al bar a rovistare fra i bicchieri sporchi. Muto - sei un grandissimo figlio di puttana fottutamente sfacciato. Non me ne frega niente. Guardo la birra nella sua solennità - in fondo ci vuole veramente poco per far felice un uomo. Bevo, lentamente, molto lentamente, questo è il trucco, la si sorseggia adagio, la si assapora, si fa finta che sia l’ultima così la gusti molto di più.
Poi d’un tratto, affianco a me appare un angelo - che cazzo ci fa un angelo alle nove di mattina in un bar?! Ma senza aureola e senza ali, un angelo mutilo per un povero mostro come me - salve angelo, sei in pausa? Lo sono sempre_ Aveva begli occhi, cazzate, nulla in confronto al seno perfetto tondo sodo maledettamente arrapante - bevi qualcosa?
Birre. Discussioni freudiane sulle sue tette belle e su come sia possibile amplessare con la pinguedine del barista.
Andiamo a casa sua. Sabrina, alcolizzata, appartamento lì vicino, disoccupata, da mesi non succhia un cazzo. Sabrina è una bella scopata. Non subito stanchi e ubriachi - un mezzo disastro come due pivellini. Poi allucinante, frenetico come con Veronica, e godo godo godo come mai da allora. Mi piace chiavare e chiappare con lei e lo facciamo ogni due ore, con intensità crescente.
Lei è perfetta come una puttana, sa lavorar di mani e di bocca e di lingua in trascendenze flebili e rudi. Vedo il paradiso prima della morte.
Poi la bottiglia rossa, non so cos’è quell’intruglio brucia-stomaco. Ne bevo litri e sbronzo e vomito e fiotti atroci di liquido rosso sfocato che pare sangue schizzano sparsi e grumi di cibo mezzo digerito (del poco cibo che ingerisco) e l’esofago bolle, ustionato come da soda e lo stomaco piange e mi manda affanculo e ghigna e tutto va a rilento e la testa scoppia di nebbia e fotte i riflessi e tutto va troppo veloce, troppo forte ogni rumore e uno scricchiolio rimbomba la testa. Supplizio e nausea mi soffocano - morsa mortale. Regressione psichica. Letto e cesso.
Sabrina ce la mette tutta - cucina meglio che può pulisce l’appartamento meglio che può scopa meglio che può rompe i coglioni meglio che può - litigi graffi botte mi scaglia i pochi oggetti che ci sono in casa. La lascio fare troppo sbronzo per reagire - le donne sono un sesso decorativo non hanno nulla da dire ma lo dicono con molta grazia. Ora non so se Sabrina fa eccezione o se Wilde è un idiota egocentrico.
Finita la gazzarra, lo rifacciamo, lento, dolce, senza pensare, senza dire - idiota la lite di poc’anzi.
I giorni passano lievi irreali alcolizzati monotoni; le notti più tormentate, la luna sbarazzina sciocchi innamorati fuori di testa.
Un venerdì di luna piena. Argentea. Pura come il nostro amore impuro. Sabrina è drogata quasi demente ride per ogni vaccata - poi erra beata in paesi lontani lontani troppo lontani. Io perché no? sono ubriaco lo stomaco ghigna l’eccedenza e il cervello affoga. Camminiamo zigzagando qua e là in mezzo a una strada deserta, senza meta ma felici - Sabri fermiamoci, io non ce la faccio. Ho voglia di scopare, e là in cima c’è un laghetto, almeno facciamo una cosa romantica una volta_ Affanculo il romanticismo! Sbuffo, arranco, ora è un sentiero. Arbusti e sassi noiosi, ma non impedienti.
Neanche l’ombra del laghetto - perché queste baggianate Sabrina?
Inveisco un rosario da bassifondi - allusioni ai primati, alle scorie biologiche, alle galline, a Nostro Signore e infine alla povera sua mamma che giace sepolta in un cimitero a mille chilometri di distanza.
Botta, risposta, botte degne del Fight Club, ho la meglio soltanto grazie ai venti chili d’eccesso e alla sua lucidità mancata dalla marijuana.
All’ultimo pugno, Sabrina cade svenuta sul terriccio. Resto lì, mutolo, barcollante, col sudore che m’avviluppa come un sudario, mi siedo affianco. Sento lieve il suo respiro. Sospiro, aspetto e guardo la luna, che altro fare? La sbronza s'allenta e Sabrina riprende i sensi. L’aiuto a sedersi e lei si tocca il mento - figlio di puttana, mi hai picchiato! - un rantolo. Scusa - vergogna.
Poi restiamo zitti.
Poi l’abbraccio.
Poi la bacio.
Poi la spoglio.
Poi la scopo.

Ma la dignità macchiata di Sabrina s’incazza. Devo andarmene - addio Sabrina. Vago con la mia scrancia valigetta da quattro soldi e con un vago senso di nausea che m'allucina.
A volte la vita riserba amari piaceri. Si dice così?

II

L’inverno effimero aspro scioglie il gelo opprimente che avviluppa assidera l'anima e il vento scabro che fotte come la vita. Un ricetto languido lercio. Per un spiccia somma posso poggiare il culo gelato su un letto tarlato e duro. Schifoso. Fuori le foglie fradice sudice nella loro solitudine come in un suicidio di massa. Piango con una strana brama di condividere il loro destino.
Ma il vino barbaglia dentro e la morte bramosa arretra e il taedium vitae. Paura. L'antidoto al tedio, più forte del male e sfuggo all'aggressione dei ricordi ed evado dalla mia stessa vita.
Ma la gola mi stringe. Fiori, profumi e la foia di una fica. Da mesi non sgorgo. Solo i soldi per l'affitto. Niente bagasce. Ridotto a una larva. Il mio cervello fottuto, fottuti i riflessi. Impietrito consunto ebete. Misantropo, con un nostalgico desiderio del mondo e degli uomini. Nel tugurio della vita leggo qualche tascabile economico. Ma nulla può attecchire su pensieri vuoti. Mi subisco dalla mattina alla sera.
Penso all’impossibile all'improbabile.
D'un tratto mi ritrovo scaraventato in una sequenza di scene turbinanti senza redini scorrono veemenze furiose funeste per cavalieri impavidi non abbioccarti non addolcirti corri anticipa non lasciarti trascinare un’esplosione inaudita. Bello il buio nel silente silenzio. Quieto quieto, senza fretta, senza paura, senza niente, via lentamente in un rapido epilogo di una vita passata fra poveri, fallito senza poter dire fare.
Poi odori, un’orgia, acri sapidi, poi nulla.
Poi il risveglio, come lo sbocciare di una rosa mutila di spine, resurrezione e dolore, fiero fulmineo agro terrifico e sangue, tanto sangue, abbacinante come la luce impetuosa lacerante assordante soffocante, che mi fa tornare per un attimo, fulgido, al dolce Nero. Sospiro soffoco, urla tutt’attorno, turbinio di parole stordite e buie, tripudio di musica sopente. Di nuovo il Nero, sublime. O grata morte. Vieni, consolatrice degli afflitti!
Ma un dolore aspro e una moltitudine di tubicini che fuoriescono da tutti i buchi del mio corpo, porca puttana, anche dal mio cazzo e l’unico muscolo che riesco appena a muovere sono le palpebre. Il soffitto è bianco privo d’increspature. Affianco al letto il rumore sfiancante delle macchine, bip bip bip, poi un angelo che appare spare arrapa. Temo l’erezione con il catetere, poi nulla, il vecchio Big Billy non si risveglia. Aleggia un lezzo insopportabile, qualcosa come fòrmica e alcol intrugliati, così asettico, così pulito, così anomalo. Il tempo scorre lentamente, un vago senso d’oppressione mi soffoca e oscillo dall'onirico al reale. Sogno donne nude che s’avventano sul mio sesso, un incubo. Tre veneri dai corpi celestiali e dai capelli d'oro sboccano in un intrico di lingue, divina fellatio. All'orgasmo imminente, con una sincronia perfetta serrano le mascelle sul muscolo estatico, ma un atroce dolore di amputazione soffoca l’anima e il viso si smorfia, i muscoli s'ind!
urano, gli occhi s'abbagliano s'incupano in un urlo inumano. Sangue deturpa i volti delle veneri, terrifiche orfiche effigi di fiche malefiche. Mi sveglio inebetito madido di sudore malato e metto istintivamente una mano sotto le coperte.

Pietro, sì è Pietro in carne, ossa e camice bianco. Lunga la barba e fulva. Uggioso il tedio e putrido. Sfoglia una cartella clinica. Henry, terribile l'incidente_ la camera vicina è esplosa per una perdita di gas_ chi ci stava è schiattato e tu sei vivo per miracolo, e ora ti trovi in stato confusionale_ abbiamo dovuto operarti la gamba destra e farti una trasfusione di sangue_ Parla parla parla. Non me ne fotte un granché. Allora non sono morto! Peccato. Mi piacerebbe essere libero come un nato morto. Continua la litania_ della vita.

Fumo ombra sole nero bianco un vortice traslucido s’ingarbuglia di colori un puzzo di merda mi strazia le narici palpo flaccidume nausea ancora e sempre nausea il giallo mi avvinghia il tunnel è viola poi verde arancione nero il vortice si restringe stritola asfissia... E tutto s'esala e i colori s’estenuano e gli odori si dissipano e resta il vuoto, soltanto il vuoto_
E penso la mia morte
e mi vedo già steso nella bara
troppo stretta fantoccio inanimato...

III

Un mese in ospedale con angeli arrapanti che ti lasciano solo con il tuo penoso turgore, un mese di incubi fra vortici zugnanti di strafiche eviranti che sfumano nell’oblio, un mese di struggimenti atroci e gracili ugge. Mangio, nemmeno una goccia d’alcol e io non ho amici che mi possano soddisfare di frodo come il protagonista di 'Addio alle armi'. Così mi rodo dentro tra una debole crisi d’astinenza affievolita da analgesici e la sofferenza al pensiero di un solo boccale di birra.
Poi finalmente fuori, sole piante strade taxi, una donna che spinge un carrello pieno di lattine vuote, il dolce profumo dei gas di scarico, le urla del benzinaio all’angolo, lo stridio di una frenata, il botto sordo dell’urto, le bestemmie, tutto alla normalità, nulla è cambiato nemmeno il rispetto, amen. La gamba mi prude, mi tira pazzo, il mio corpo è debole, e la voglia di una birra mi permette di arrancare, attraversare la strada, indifferente alle auto indifferente alle persone indifferente alla vita.

Entro in un bar, mi guardo attorno, ci sono soltanto due persone sedute al bancone, chiacchierano fiaccamente. Mi siedo isolato. A mio agio come sempre. Aria stantìa. Puzzo di piscio. Una lunga cicatrice sfigura il volto del barista strabordante con la maglietta del Che - il solito comunista esaltato. Mi siedo. Riposano le gambe deambulate fra vie e vie in un itinerario vano... il gelo nelle ossa e nell'anima - una birra grazie.
Non mi piace parlare con la gente, non mi piace la gente - pochi - noia, è una storia già raccontata: ogni amicizia è una serie di sottili ferite.
Guardo per un lungo attimo la birra prima di sorseggiarla, il timore del peccato, alzo lo sguardo, immobile il tempo...
Mando giù in una lunga sorsata.
Sublime.
Un'altra birra grazie.
Poi d’un tratto, affianco a me appare un angelo. Ma senza aureola e senza ali, un angelo mutilo per un povero mostro come me - salve angelo, sei in pausa? Lo sono sempre_ Aveva begli occhi, cazzate, nulla in confronto alla bocca turgida maledettamente arrapante - bevi qualcosa Sabrina? Sabrina?
Birre. Discussioni freudiane sulla sua bocca sboccata e su come sia possibile amplessare con la pinguedine del barista. Ogni parola è un luogo comune.
Andiamo a casa sua. Sara, depressa, abita da amici, disoccupata, spompina a comando, perfetta di bocca come una puttana. Sara è anche una bella scopata. Cerca nel sonno un rifugio alla sua inquietudine. Ti sei ripresa dallo sfinimento? Pensa come sarebbe vivere nel dolore di sapere che nella nostra vita non ci sarà più dolore! Cos'hai? Niente, solo un salto fuori dal mio destino.

TETRO IL LONTANO RINTOCCO

by

Andrea Grassi

Tetro il lontano rintocco
delle campane che come nebbia
viene lento avviluppando
facce disfatte e silenti
che lente abbassano lo sguardo
e veloci inghiottono
un grumo amaro
di cui nulla possono e mai potranno.

E quel sospiro urlato al cielo
così inutile, come il ricordo che
viene lento avviluppando
facce disfatte e silenti
che a volte rialzano gli occhi
scossi squassati e sperduti
che tremano freddo
guardando i propri figli

E le campane suonano ancora
cadenzate dal gracchiare
di un corvo
che nulla può e mai potrà.

LA DIMENSIONE DEL VUOTO

by

Andrea Grassi

vorrei parlarvi d’amore però
mi vien difficile in questo frangente
fratello bohèmien dovrei scavar
fuori un così vitale sentimento
da un buco nero che mi trovo qui
in mezzo al cuore nulla percepisco
nulla e per quanto mi sforzi mi vien
soltanto un'ineffabile tristezza
tutte le ferite si cicatrizzano
prima o poi ma non ne hai come se
qualcosa t'avvinghiasse adagio adagio
senza rumore senza che tu possa
avvertirlo allora ti stringe poco
a poco sempre di più una strana
sensazione che senti vuoto dentro
prosciugato e lei stringe e stringe manca
il respiro e d’un tratto tutto spare
tutto e s'espande il vuoto dentro tutto
da capo a piedi percorre il tuo corpo

LONTANO

by

Andrea Grassi

lontano oltre il crepuscolo oltre quella
soffusa nebbia gialla nel non-nulla
affianco a Dio sopra montagne e cielo
ove lo scroscio d’acqua suona ancora
dolce e romantico come il sublime
strepito del silenzio che rimbomba
incanta orgasmo assopisce e la bocca
socchiusa_ dentro le tue mura dove
rampicanti ornano pareti ostentano
con sfacciataggine quello che non
sei oltre i sotterfugi del subconscio
oltre cuore coscienza sentimenti
oltre l’amore per te stesso e per
gli altri laggiù, fra gli abeti dell’es
tanto alti e prosperosi e cupi che
danno vertigine sgomento pena
orgasmo e adesso basta ricamare
orli pregiati ad un inesistente
vestito basta guardare in specchietti
retrovisori o il punto irraggiungibile
alla fine dell’autostrada diamo
un’occhiata di lato caso mai
qualcuno arrivi a tagliarci la strada

BLOWJOB

by

Andrea Grassi

tutto pare un risucchio ora dopo ora
la lenta profanazïone dell’essere
la lenta spersonalizzazïone
dell’io e quando non riesci a raggiungere
l’effimero oblïo e tutto sembra
strano e tutto ingiusto ma poi l’essenza
si sprigiona d’un tratto prosciugato
di te stesso certe notti la mia anima
conta doppio altre notti sbaglia il conto
lasciando il süo languido profumo.
Poi l’indomani ricompare sporca
ma sempre pura_ sempre ordunque sempre
per quanto un urlo - annebbi la mente
e l’alcool ti rinfreschi le budella
la fica vaga sperduta perduta
ahimè nessuna via di fuga il fumo
diventa nebbia nella tua mente ebbra
i muri ridono silenti e prati
incolti fuori guardano il cielo nero
e tu guardi te stesso pur essendo
extra corpus e percepisci strane
sensazioni e tu volteggi nell’aria
che suppura d’eccitazione e aspetti
l’azione qualcuno che venga a prenderti
per mano e ti porti in un altro posto
un posto lontano un posto tranquillo
un posto dove ci si possa meglio
conoscere conoscere conoscere









RIMESCOLAMENTO

by

Andrea Grassi

Stavo lì
Perso nei miei sospiri
Afflitto per qualcosa più
Piccolo di me
Ripensandoci
Troppo piccolo
Per esser degno di nota
Ma
Tutto
L’essere dell’uomo
È solo un rimescolamento
Di se stesso
Che dice qualcosa soltanto
A lui_

Forse per questo penso e ripenso
Solo alle piccolezze
Che mi fanno
Riguadagnare un poco
Di autostima.



UN PENSIERO DISFATTO

by

Andrea Grassi

Di schianto il pensiero disfatto
sfrange in un inerme abbraccio
smorto d’adusto pianto diaccio
come morte silente tumefatto.

Diffranto un viso sommesso
in un attrito bacio spira
di consunta sorte e cospira
e sfacela in un amplesso recesso.

Dolce anelo la vita e gemo:
saturo d’un infinito
lido tedioso e avito
per cingere il vuoto stremo.

Nascondi l’amarezza
nella tenerezza
verso chi come te
ripudia la costante

asfissiante
che appare ogni mattina
senza rumore
senza pudore

entra
e muori
troppo lentamente
senza soffrire

senza godere
senza accorgerti
senza un senso
ammaliato stupido incosciente

AFORISMI

by

Andrea Grassi

L'uomo non é idoneo a sopportare il peso dell'infinito.

1
Stavo lì
Perso nei miei sospiri
Piangendo per qualcosa più
Piccolo di me
Ripensandoci
Troppo piccolo
Per esser degno di nota
Ma
Tutto
L’essere dell’uomo
È solo un rimescolamento
Di se stesso
Che dice qualcosa soltanto
A lui_

Per quello che penso e ripenso
Solo alle piccolezze
Che mi fanno
Riguadagnare un poco
Di autostima.

2
pornografia e politica
sono la stessa cosa
tutt’e due ti fan vedere
quello che poi
in realtà
non é.

3
il pregiudizio è una cosa brutta,
ma è l’evidente risultato
di non aver il coraggio
di guardarsi in faccia.

4
tutte le porte si possono aprire
con un semplice movimento della mano,
per quanto riguarda le vedute_

5
la ragione è la cosa più bella
che Dio ci ha donato_
dopo la libido_

6
non sottovalutate la bellezza,
che mi sembra
è l’unica cosa che ci sia rimasta_

7
viviamo in un mondo pieno di
colori
peccato che la maggior parte di noi
sia daltonica_

Pensate come sarebbe
vivere nel dolore di sapere
che nella nostra vita non ci sarà
più dolore!

Sbatti le palpebre almeno 7 volte
prima di pensare d’aver
sognato abbastanza
d’esser morto.

Dio è morto
a causa della noia
che doveva sopportare
nell’ascoltare tutte
le nostre scuse!

Ho ottenuto quello
che desideravo
_
ora sono morto.

Tu sei nullo
Non mi porti niente,
e questa è una virtù,
il niente è il più grande
sapere_

Le pagine di storia mi ripugnano
perché l’uomo studia l’uomo
per dare la colpa ad un altro uomo
di quello che egli stesso è!

L’approssimazione dell’essere
deprezza egli stesso
trasmutando i suoi valori_
Prendi in mano
una manciata di grano
e pensa al Niente
non soltanto come la semplice negazione di un ente!

***

1)

La stanchezza pervade
come un dolce fiume
incastonato nell'epitaffio
della mia storia,
e tutto l'odore immane
della sepoltura
di un fiore
assopito nell‚inverno
benefattore
di neve e quant‚altro,
per dio
e tutti gli altri;
saltiamo il fosso
tutti assieme
descrivendo un arco concentrico
all'universo stesso
delle cose di poca importanza
senza tergiversare nel
luogo comune
della morte.

2)

Desiderio di un momento
Subdolo di felicità
Senz'apparenza
Solo appartenenza
Al gruppo
Alla vita
Alla semplice bellezza della fratellanza.

3)

Siamo soli
Solo quando pensiamo di esserlo
Elucubrando l‚empatia stessa
Trascendendo la nostra natura
Mettendo in primo piano la vergogna
Di essere un essere umano.

4)

poi venne il dolore
così l‚illusione
così l'emozione
così la morte del sentimento
così la repulsione dello stesso
così la grande riconciliazione
poi restò dolore

5)

stendiamo un velo rosso
dinanzi al capo santo
per non vedere la realtà
della manipolazione congegnata
preponderata
predisposta al grande fratello
nella sua totale magia,
quanto in basso si può cadere?

5)

il poeta parla
i ragazzi odono
l'atmosfera si fa onirica
sincopata
l'essenza stessa della trascendenza
si mescola nel grande momento
facendo in modo
che tutti prendano atto
che la nostra esistenza
è nostra
e di nessun altro.

6)

mi sono bucato il braccio
ora dormo sonni tranquilli
e domani vomiterò tutto quello che potrò
vomitare
ma questo non conta
mi basta un altro buco.